
C’è una convinzione molto diffusa che divide il karma in due categorie: positivo e negativo.
Da una parte ciò che “ti fa bene”, dall’altra ciò che “ti punisce”.
È un modo comodo di semplificare la realtà, ma non descrive quello che succede davvero perchè il punto sta nel fatto che il karma non è una bilancia morale.
Non pesa le tue azioni per premiarti o rimproverarti;
il karma è un meccanismo: ciò che non vedi torna, ciò che non riconosci si ripete, ciò che resta nascosto cerca una via per emergere.
La narrativa pop, invece, funziona più o meno così:
se ti accade qualcosa di piacevole, allora “karma positivo”;
se ti accade qualcosa di doloroso, allora “karma negativo”.
È una lettura emotiva, non strutturale.
E infatti confonde più di quanto chiarisca.
Perché la verità è che l’evento in sé non dice niente.
Certo, può succederti qualcosa che consideri “sbagliato” ma che se lo sai lo riconosci come qualcosa che ti sta riportando su un punto preciso da guardare; può succederti qualcosa che sembra “bello” e che in realtà riattiva una dinamica antica, un copione che conosci troppo bene.
Il karma non lavora sul buono o sul cattivo: lavora sulla causa.
Una perdita economica può sembrarti solo una sconfitta, ma a volte è la linea che ti obbliga a guardare dove stai insistendo troppo; un incontro che ti fa battere il cuore per qualche giorno può essere il ritorno di una dinamica già vissuta, che ti porta ancora nello stesso nodo.
È qui che la distinzione “positivo/negativo” cade. Questa distinzione non dice nulla del meccanismo, racconta solo come ti senti e sembra ridurre il karma a una legge morale.
Il karma, invece, è una struttura, è la ripetizione di una causa non vista, la direzione che una dinamica prende quando non è stata ancora compresa.
Per questo parlare di karma positivo o negativo è fuorviante: riduce a sensazione quello che nasce da una logica interna.
Non si tratta di giudicare gli eventi, ma di leggere ciò che li muove.
Il karma non premia e non punisce: riallinea.
E finché cerchi di capire se una cosa è buona o cattiva, perdi di vista la domanda che conta davvero:
perché è tornata?

